martedì 19 giugno 2018

Rossini: buffo o serio?

Rossini: buffo o serio?

Il teatro musicale dell'Ottocento è stato oggetto di revisioni infinite sotto la formula di "Renaissance". La prima, negli anni Venti del secolo scorso, è stata la "Verdi-Renaissance" mentre il wagnerismo (non Wagner) moriva sotto gli squilli demolitori della "Petrouska" di Stravinskij e dei foxtrot spietati di Hindemith.
Si iniziava a respirare e gli appassionati di "Aida" o "Trovatore" iniziavano a non vergognarsi della loro passione per il gran bussetano. In realtà, comunque, molte opere di Verdi, tranne le giovanili, erano rimaste ben salde in repertorio riconoscendone il valore sommo di uno dei più grandi geni del genere. Così non accadde, tra le altre, per la successiva e più importante rinascita, data la statura del compositore: la "Rossini Renaissance".
Essa ha il suo epicentro a Pesaro e, specificatamente, al festival dedicato al suo grande concittadino che, con sdegno di Fedele d'Amico, adottò per identificarsi la sigla di R.O.F. (Rossini Opera Festival), in ossequio agli amici americani ai quali si deve una poderosa ricognizione critica.
Questa rinascita, termine adottato da Bruno Cagli, critico musicale assurto agli onori della musicologia grazie alla sua poderosa e primaria opera di rilettura critica delle opere del pesarese e al quale si deve giusto appunto il termine di "Renaissance", è la riproposta sistematica di innumerevoli opere addormentate da decenni se non addirittura dalla prima rappresentazione. Accanto a opere che, in effetti, valevano il loro sonno, sono emerse vere e proprie scoperte, presenze reali direbbe George Steiner, che hanno definitivamente illuminato il mondo del genio indiscusso di Rossini. Fra tutto questo marasma di partiture recuperate, intere scene riproposte in diversi melodrammi che consentono oggi di ascoltare un girotondo di temi che passano da un'opera ad un'altra, conviene ricordare l'opinione che predilige(-va) l'opera seria del Maestro a quella buffa.
Verdi univa indissolubilmente il nome dell'illustre collega al "Barbiere", così come lo stesso Beethoven e che Schumann paragonava ad un'aquila contro la farfalla italiana. Rossini stesso si considerava in quella direzione: "J'etais né pour l'opéra buffa, tu le sais bien": quel "tu" era riferito al Bon Dieu, giudice inappellabile anche di questioni musicali, ovviamente, e a noi quindi non rimane che condividere questo parere. Per opera seria, non ce ne voglia Fedele d'Amico, che ammiriamo sopra ogni dire, si intende la successione che va dal "Ciro in Babilonia" (1812) alla "Semiramide" con la quale si congedò dall'Italia nel 1823: non già i due rifacimenti francesi, "Le Siège de Corinthe" (dal Maometto II), e il "Moise et Pharaon" (dal "Mosè in Egitto") e, tanto meno, il "Guillaume Tell", omaggio ai liberali parigini, non ostante la famosa boutade di Hanslick: "Il 'Guillaume Tell' è il capolavoro di Rossini, però il 'Barbiere' è molto meglio". Boutade ripresa da Fedele D'amico al quale stava a cuore la presenza di una partitura autorevole, del 1829 – a un anno dalla morte di Schubert! -, in cui non vi fosse traccia di quella catabasi (zone oscure della coscienza o, meglio, dell'anima) che definisce la "Romantik" (il bosco del "Guillaume" non è certo quello del "Freischütz" di Weber).
La farfalla aveva quindi pieno diritto all'esistenza, e poteva divenire una opzione etica se non addirittura una predilezione estetica, un vessillo: dalla congiura del suo secondo atto si sarebbe gettata la base di tante altre a partire dall'"Ernani" di Verdi. Non si vuole e non si deve pensare a un Rossini patrono del Quarantotto, ma a un musicista olimpico, capace di sradicare la psicologia a zero e rivalutando ciò che Stendhal deprecava: ridurre il teatro a concerto, l'azione a una successione di arie o "ensembles". Ciò non è opposizione all'Ottocento ma alla stessa rivoluzione di Mozart stimolato da Da Ponte: la questione che a Rossini interessa scartare è il realismo e, di rimando, le creazioni musicali dei personaggi secondo una esigenza interiore: le sontuose note rossiniane ci aprono spazi etico-ontologici vuoti.
Si pensi all'"Ermione", scritta per il San Carlo di Napoli nel 1819 (a 27 anni!) e rimasta pressoché sconosciuta dopo il fiasco toccatole e ripresa dal Festival nel 1987: Rossini, che era ascoltato in tutti i teatri d'Europa come un oracolo, non volle mai riprenderla, consapevole della carica innovativa non compresa che questa opera porta con sé. "Ermione" è tratta, incredibile dictu, dall'"Andromaque" di Racine e riflette le passioni dell'autore per i modelli adorati dell'opera aulica, per l'eterno Metastasio, e Rossini gli paga un tributo regale di melodismo e di bel canto di una bellezza sconcertante; dall'altro lato aderisce, quasi in contrapposizione, alle convenzioni della tragédie-lyrique: il contatto, successivo, con la Francia, non fu capriccio momentaneo.
Ma, sappiamo, da Aristotele in poi, che la Tragedia ha principi inflessibili in ogni aspetto e con Racine diventano coercitivi al massimo: nulla, infatti, giustificherebbe, in "Ermione", il ritorno sulla scena di personaggi classici, se essi non venissero intesi come terminus a quo, su cui grava una più grave Ananke (o destino!) che è l'essenza della "Grazia" (Wagner se ne appropierà fino a risultati di gravità incalcolabile). La rivisitazione cristiano/giansenista conferisce alle figure di Euripide una luce oscura che ne svela ancora meglio la fatalità: non più di morte si tratta, ma di dannazione.
La duttilità incredibile dello stile rossiniano, la sua implacabile olimpicità, è in grado di affrontare situazioni estreme che avrebbe fatto tremare i polsi a chiunque, e non già perché le assuma, ma perché ne prescinde: le furie di eroina restano solo oggetto di raffigurazione, sono, infine, pretesti per costruire architetture sonore incredibili. Di esse, il concertato dell'"Ermione" è esempio fra i più mirabili.
Altro caso, diremo allarmante, è un'opera semiseria, alla quale tocco stessa sorte: "La Gazza ladra" scritta a 25 anni!). In essa di comico non vi è quasi nulla anzi, è una faccenda quasi crudele che porta a immaginare sia destinata al lutto, risollevandosi poi alla fine ove qui abbia a trionfare la bontà. Al contrario è presente in questa opera un luogo di patetismo funebre il cui commento è affidato ai legni in orchestra; inoltre vi sono momenti strabilianti – come il terzetto del primo atto! – che risplendono di luce marmorea, in omaggio allo zenit del bello ideale. Tutto questo a onta di formule zeppe a non finire che allungano la durata a proporzioni eccessive ove la stravaganza e l'anomalia sono salvate dalla perfetta consapevolezza del compositore
La mente di Rossini è acuta e vivace, ma non più vasta di quella di un connazionale tipico: vacanze, ozio, belle signore da corteggiare, chiacchiere, "soufflés" e "tournedos" famigerati. Senza mai spostarsi da questa posizione, il musicista inventò un tipo di comicità che sfiora il vortice dell'insensato e di cui, in piena esigenza da "comique absolu" baudelairiana, il teatro francese ne riprese i fondamenti con esiti stupefacenti: Auber, Lecocq, Hervé, Feydeau.
L'acquisizione di queste, e altre ancora, opere, sono acquisizioni indiscutibili: alla miracolosa impostazione teatrale senza sdegno di Mozart o Haydn, è da rilevare una inventiva melodica e ritmica vulcanica, da togliere il fiato. Rossini, fin da giovanissima età, non perde un colpo: una forza inesauribile regge le sue trame che, fin dagli esordi, sono inscalfibili: oltre alla arcinota "Cenerentola" (scritta a 24 anni!), vogliamo ricordare "Il Signor Bruschino" (scritta a 21 anni!) e "L'occasione fa il ladro" scritta a 20 anni!): piccoli, enormi, miracoli!
Ma questi giorni tanto amabili erano destinati alla fine; la psicosi o, come scrive Rossini stesso, "l'ostinato mal di nervi che mi toglie i sonni e direi quasi l'uso della vita". Maggiormente dolorosa fu la consapevolezza di sentirsi irrimediabilmente estraneo: "lo stato d'impotenza mentale e ognor crescente in cui vivo", in un periodo storico nel quale la parola d'ordine è "urlare". Agli inviti, se non preghiere, costanti di riprendere a comporre, Rossini così risponde nel 1850: "la presente disarmonia europea costituirebbe un motivo insuperabile per me".
È lecito pensare che qui, il Maestro, intenda il rifiuto delle innovazioni della armonia romantica scorgendo in questa "disarmonia" la violenza faustiana, l'indagine di spazi fino a ora inesplorati. Così, per opporsi ai tempi "di assassini, rivoluzioni, corruzioni, ecc.", studia il pianoforte consapevole di appartenere ad "una famiglia" che potrà fare la barba ai garibaldini.

venerdì 15 giugno 2018

NOMADI - Per quando noi non ci saremo (1967)

Aston Martin, va all'asta il mito di James Bond

Aston Martin, va all'asta il mito di James Bond
Atteso un nuovo record rispetto ai 4 milioni della precedente vendita. Tutti i trucchi sono ancora funzionanti - Foto


Il mito è in vendita: l'auto più famosa del mondo, l'Aston Martin DB5 usata nei film di James Bond, da Goldfinger in poi, va all'asta. Anzi, ri-va all'asta perché un primo passaggio all'incanto fu già fatto nel 2001, quando la DB5 fu venduta per 200 mila dollari, poi nel 2010 per circa 4 milioni di dollari. Ora però ci si aspetta un nuovo record. Appuntamento quindi il 13 luglio al Goodwood Festival of Speed... Ma cosa ha di tanto speciale questa DB5? L'elenco è lungo: parabrezza antiproiettile, targhe ruotanti, mitra estraibili, mozzi trancia-gomme, sistema lancia olio o fumo. La vettura fu acquistata nel 1969 dall'ex Dj americano Jerry Lee, che l'acquistò nel 1969 per 12 mila dollari direttamente dall'Aston Martin. Che gliela diede solo a condizione di poter usare la vettura a scopi promozionali ogni qual volta lo avesse ritenuto necessario. La Db5 delle meraviglie apparve però in pubblico per l'ultima volta negli anni Settanta: poi Lee la chiuse in un garage a tema James Bond. Poi le due aste di cui parlavamo
Aston Martin, va all'asta il mito di James Bond
L'Aston Martin DB5 di 007 d'altra parte è davvero una pietra miliare non solo nel mondo dei motori e del cinema: tutti i suoi trucchi hanno fatto scuola e sono stati trasformati nel tempo in realtà da Cia e Kgb: le sue auto erano esemplari unici per esigenze cinematografiche, ma molti dei sistemi lanciati dal personaggio di Jan Fleming sono diventati realtà sulle auto "normali". Si va dai pneumatici che non bucano alle blindature anti razzo, ma non mancano nemmeno i mitra che compaiono dal nulla dal cofano, usati ora sui veicoli americani. Anche l'auto anfibia oggi esiste, e lo stesso vale per il radar che guida la macchina nella nebbia o per il localizzatore satellitare.

Perfino i trucchi più folli ora sono realtà: ricordate il famoso "Thunderball-Operazione Tuono" del 1965, che mostrò al pubblico lo spettacolare seggiolino volante? Bond lo mise in azione per oltrepassare un muro altissimo e raggiungere così la sua amata Aston Martin, alla guida della quale è riuscito a fuggire. Un trucco, per gli spettatori di 40 anni fa, ma che in realtà è stato messo a punto dai Laboratori Bell Textron per l'esercito americano. Funziona con un gas ad alta pressione che fa da propellente e può portare una persona al di là di un ostacolo alto nove metri, ad una velocità di 11-16 chilometri all'ora e in 30 secondi di "volo". Qualcosa di molto simile è stato anche usato sotto gli occhi di tutti 20 anni dopo l'uscita del film, nella cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Los Angeles del 1984.

Tra i trucchi che mister 'Q' dell'M15 metteva a disposizione dei suoi agenti, nei film tratti dalle storie narrate da Ian Fleming, anche delle impronte digitali false. In 'Una cascata di diamanti', il film uscito nel 1971, Bond indossa quelle di un altro, fatte in latex dai laboratori dell'intelligence di Londra, e riesce a imbrogliare gli avversari. In effetti le impronte digitali false, create con materiali plastici di facile reperibilità, possono mettere in crisi i sistemi di sicurezza che utilizzano i dati biometrici. E non molto tempo fa ricercatori giapponesi sono riusciti a ingannare un sistema usando proprio delle impronte false, create con un calco di gelatina.
Aston Martin, va all'asta il mito di James Bond
Ma non è finita. Pochi sanno che i "trucchi" di Bond erano attentamente studiati alla Lubjanka, dove i vertici del Kgb trascorrevano notti insonni davanti alle spettacolari imprese e le ingegnose diavolerie dell'agente segreto di Sua Maestà. Il servizio segreto sovietico era infatti convinto che le armi di 007 non erano frutto della fantasia, ma che riflettessero la ricerca militare più all'avanguardia dell'odiato Occidente. Al punto che, non appena un film finiva in sala, una copia approdava alla Lubjanka e gli scienziati al servizio del Cremlino realizzavano prototipi di quelle armi. A rivelarlo era stato nel 1995 un alto funzionario del Kgb che ha fatto la storia dello spionaggio, l'ex capo della 'rezidenturà di Londra, Oleg Gordievsky, la cui defezione segnò uno dei più clamorosi casi di tradimento della Guerra Fredda.

"Si pensava che, sebbene si trattasse di fantasia, ci dovesse essere una base fattuale. La tecnologia occidentale è così avanzata, si diceva, che certe armi dovevano esistere per forza". Insomma, Gordievsky ammise che i film di James Bond, vietati in Urss, erano obbligatori per gli agenti del Kgb e rivelò che il servizio segreto russo istituì quattro sezioni speciali- armi, veleni, sorveglianza, codici speciali- che avevano il compito di copiare e sviluppare le diavolerie che 'Q' forniva a James Bond. E proprio 'Q', o meglio l'attore Desmond Llewellyn, ammise in seguito che per realizzare le diavolerie dell'Aston furono consultati l'esercito americano e le grandi multinazionali dell'epoca, quali la Philips...

 

Ventimiglia, migranti minori maltrattati: la denuncia di Oxfam

15 giugno 2018

Ventimiglia, migranti minori maltrattati: la denuncia di Oxfam

Sono respinti in Italia illegalmente, vengono detenuti senza cibo e acqua. E spesso la Gendarmerie arriva a tagliare loro le suole e falsificare documenti. L'emergenza sul confine italo-francese nel rapporto Se questa è Europa.

Minori non accompagnati, anche di soli 12 anni, che dall'Italia cercano di raggiungere Francia, Regno Unito, Svezia o Germania per ricongiungersi a familiari e conoscenti. Bambini o poco più a cui spesso viene nengata la protezione e il diritto di chiedere asilo, e che continuano a essere vittime di abusi, detenzioni e respingimenti illegali verso il nostro Paese da parte della polizia francese. Accade ancora a Ventimiglia, come denuncia il nuovo rapporto Se questa è Europa di Oxfam, Diaconia Valdese e Asg (leggi anche: Migranti, quell'infanzia rubata al confine tra Francia e Italia).
ABUSI E FALSIFICAZIONI. Gli interventi della Gendarmerie, ormai prassi, comportano il fermo di minori e il loro respingimento in Italia, in violazione non solo delle norme europee ma anche francesi. Ma anche la loro registrazione come maggiorenni. I poliziotti d'Oltralpe, sottolinea il rapporto, arrivano pure a falsificare le dichiarazioni sulla loro volontà di tornare indietro, spesso a piedi lungo strade senza marciapiede e con qualsiasi condizioni atmosferica. Questi minorenni sono spesso trattenuti senza acqua e cibo e senza la possibilità di parlare con un tutore legale. Oltre a essere stati vittime di abusi verbali e fisici: dal taglio delle suole delle scarpe al furto di carte Sim.

prima il poliziotto chino su un documento che porta la data del primo gennaio 2001, probabilmente il giorno di nascita con cui era stato identificato il ragazzo eritreo in Italia. Poi un altro documento in cui l'anno di nascita è diventato il 2000 e il migrante improvvisamente maggiorenne.

«CI HANNO SPINTI IN UN FURGONE». «Ho provato a passare. Eravamo in due, ci hanno fatto scendere dal treno strattonandoci e urlando, poi ci hanno spinti in un furgone nel parcheggio della stazione», racconta T., 15 anni, fuggito dalla guerra in Darfur. «Ci hanno dato un foglio (il cosiddetto refus d’entrèe ndr) e ci hanno rimessi su un treno che tornava in Italia, senza spiegarci nulla». «Ho provato già dieci volte ad attraversare la frontiera», aggiunge E.,16 anni, originario dell’Eritrea. «Una volta a piedi, da solo, ma mi sono perso. Le altre nove volte in treno. La polizia francese sale sul treno, ti afferra, ti fa scendere e ti rispedisce indietro».
LA SITUAZIONE IN ITALIA. Una volta tornati in Italia, le cose non è che vadano meglio. Permangono infatti, sempre secondo il rapporto, «​gravi disfunzioni nella tutela dei diritti dei minori all’interno dei centri di accoglienza: molti non vengono iscritti a scuola, come prevede la legge, o non ricevono informazioni sulle possibilità di richiedere asilo o ricongiungersi legalmente con la propria famiglia in altri Paesi europei».

Abiti lasciati dai migranti lungo i sentieri di montagna che dalla frazione di Grimaldi.

Nei primi quattro mesi del 2018, evidenzia il rapporto Se questa è Europa, sono passati da Ventimiglia 4.231 migranti (16.500 da agosto 2017 ad aprile di quest’anno). Nella maggior parte dei casi arrivano da Eritrea, Afghanistan e Sudan, in particolare dal Darfur. E con l'arrivo dell'estate il numero è destinato ad aumentare.

UNA SOLA STRUTTURA DI ACCOGLIENZA. L'unica struttura di accoglienza disponibile a Ventimiglia è il Campo Roja con 444 posti disponibili. L'obbligo di identificazione con impronte digitali e il massiccio presidio di polizia costituiscono però per molti migranti che cercano di raggiungere il Nord Europa un deterrente. Il campo informale sul fiume Roja invece è stato sgomberato, così molti migranti tra cui appunto minori non accompagnati sono costretti a dormire all'aperto. Proprio per questo Oxfam, Diaconia Valdese e Asg chiedono alle autorità locali e al governo di individuare rapidamente strutture adeguate per realizzare un centro per minori non accompagnati in transito e uno per donne sole con e senza figli, che garantisca una permanenza dignitosa e sicura dei soggetti più vulnerabili.
«A VENTIMIGLIA L'UE STA TRADENDO I SUOI VALORI». «La situazione a Ventimiglia è lo specchio di un’Europa che sta tradendo i propri valori fondanti di solidarietà, non rispettando le norme nazionali ed europee alla base dell’idea stessa di Unione. Per questo chiediamo al governo francese di intervenire, per far cessare immediatamente gli abusi e i respingimenti illegali dei minori da parte della propria polizia di frontiera e al governo italiano di attivarsi in ogni modo perché ciò avvenga, sospendendo inoltre i trasferimenti forzati verso i centri del Sud Italia», dice Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne dei Programmi in Italia di Oxfam.

Ventimiglia, una frontiera impolverata che d'improvviso si è trasformata in baluardo di orgogli nazionali e simbolo di sovranismi che non pensavamo avessero cittadinanza in Europa
Gianluca Barbanotti, Diaconia Valdese
«Ogni giorno incontriamo minori non accompagnati, donne sole a volte incinta o con figli piccoli, fuggiti spesso da guerre e persecuzioni nel proprio Paese che, dopo essere stati vittime di stupri e torture nei lager libici, hanno il semplice desiderio di chiedere asilo nel paese dove vivono le loro famiglie», aggiunge. «Persone vulnerabili a cui devono essere garantite dignità e protezione. Per questo facciamo appello, oltre che all’Italia e alla Francia, agli altri Stati membri e all’Unione europea, affinché siano assicurate procedure efficienti di ricongiungimento familiare e potenziati i meccanismi di ricollocamento tra i diversi Paesi Ue, assicurando la condivisione delle responsabilità dell’accoglienza, anche attraverso la revisione del Trattato di Dublino e la creazione di un sistema di asilo unico a livello europeo».
«FRONTIERA BALUARDO DI SOVRANISMI». «Ci sono dei luoghi che fanno sintesi», aggiunge Gianluca Barbanotti, segretario esecutivo della Diaconia Valdese, «uno di questi è certamente Ventimiglia. Frontiera impolverata che d'improvviso si è trasformata in baluardo di orgogli nazionali e simbolo di sovranismi che non pensavamo avessero cittadinanza in Europa».
L'INTERVENTO DELLA CORTE DI GIUSTIZIA. «La Corte di Giustizia dell'Unione europea è già intervenuta in passato affermando che gli Stati membri non possono effettuare una sorveglianza delle frontiere interne con effetti equivalenti alle verifiche di frontiera», sottolinea Anna Brambilla di Asgi. «Nonostante questo, attraverso la proroga dei controlli alle frontiere interne o in applicazione di accordi di riammissione antecedenti il Sistema Schengen, Francia, Svizzera e Austria continuano a respingere verso l'Italia i minori stranieri non accompagnati e richiedenti asilo. Sebbene anche i giudici francesi si siano già pronunciati sull'illegittimità di tali prassi, il comportamento delle forze di polizia non cambia».

PREOCCUPAZIONE PER IL CLIMA POLITICO. Allo stesso tempo il clima politico attuale non fa che alimentare preoccupanti fenomeni di intolleranza e razzismo che contribuiscono a rendere ancora più drammatica la condizione di migliaia di persone costrette, nelle zone di frontiera così come in altri luoghi, a vivere in condizioni di abbandono materiale analoghe a quelle che in altri casi la Corte europea dei Diritti dell'uomo ha considerato costituire un trattamento inumano e degradante «Allo stesso tempo», è la preoccupazione, «il clima politico attuale non fa che alimentare preoccupanti fenomeni di intolleranza e razzismo che contribuiscono a rendere ancora più drammatica la condizione di migliaia di persone costrette, nelle zone di frontiera così come in altri luoghi, a vivere in condizioni di abbandono materiale analoghe a quelle che in altri casi la Corte europea dei Diritti dell'Uomo ha considerato costituire un trattamento inumano e degradante».

giovedì 14 giugno 2018

La Raggi regala ad Almirante una via a Roma













14 giugno 2018

Le frasi di Almirante del '42: «Il razzismo dev'essere cibo di tutti»

Con i voti di M5s e Fdi, il Consiglio comunale ha dato l'ok per una via a Roma al segretario del Movimento Sociale. Ecco il suo scritto più contestato, pubblicato sulla rivista La difesa della razza.


Con i voti di M5s e Fratelli d'Italia, l'assemblea capitolina ha dato il via libera per una via a Roma a Giorgio Almirante, storico segretario del Movimento Sociale Italiano. La delibera ha scatenato le polemiche nel Pd e nella comunità ebraica. «"Il razzismo ha da essere cibo di tutti", scriveva il fascista Giorgio Almirante nel 1942. È gravissimo che», ha dichiarato il vice-segretario del Pd del Lazio Enzo Foschi, «il Movimento 5 Stelle si sia unito alle destre per permettere che Roma abbia una strada dedicata ad un razzista, come fu Giorgio Almirante». Il passo citato è uno dei più contestati al leader di destra. È tratto da la Difesa della razza, periodico fondato e diretto dal 1938 - anno in cui vennero promulgate le leggi razziali fasciste - da Telesio Interlandi, nel quale Almirante scriveva e lavorava come segretario di redazione.
«RAZZISMO CIBO PER TUTTI». «Il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia, e sia viva in tutti, la coscienza della razza. Il razzismo nostro deve essere quello del sangue, che scorre nelle mie vene, che io sento rifluire in me, e posso vedere, analizzare e confrontare col sangue degli altri. Il razzismo nostro deve essere quello della carne e dei muscoli; e dello spirito, sì, ma in quanto alberga in questi determinati corpi, i quali vivono in questo determinato Paese; non di uno spirito vagolante tra le ombre incerte d'una tradizione molteplice o di un universalismo fittizio e ingannatore. Altrimenti finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei; degli ebrei che, come hanno potuto in troppi casi cambiar nome e confondersi con noi, così potranno, ancor più facilmente e senza neppure il bisogno di pratiche dispendiose e laboriose, fingere un mutamento di spirito e dirsi più italiani di noi, e simulare di esserlo, e riuscire a passare per tali. Non c'è che un attestato col quale si possa imporre l'altolà al meticciato e all'ebraismo: l'attestato del sangue».

mercoledì 13 giugno 2018

Salvini premier di fatto

Vincitore su mari e su terra, Matteo Salvini ha raggiunto il dominio politico del paese, senza nemmeno farci perdere tanto tempo. Del che, almeno, gli siamo grati.
Grati di averci accorciato i dibattiti politici, intellettuali, politologici sulla natura del populismo italiano, sulla natura delle coalizione giallo verde, su cosa ci aspetta in futuro - chi vincerà fra i due soci di governo? Sarà alla fine una Italia più leghista, o più Pentastellata? Sarà una Italia in cui l'anima social-ecologica M5S prevarrà sul sovranismo della Lega?
Bene, oggi almeno possiamo dirci sollevati da tutti questi dubbi.
Matteo Salvini nel giro di due giorni ha vinto ogni partita e ancora prima che si concludesse la formazione della squadra di governo, ancora prima che venisse convocato il primo Consiglio dei Ministri, ha preso una decisione, umana e politica, che ha cambiato volto al paese ed ha collocato l'Italia su una nuova frontiera di conflitti.
Ci esimiamo dal parlare di vergogna. Sentimento oggi tanto invocato quanto disprezzato. Parliamo di una sorella di questa Aquarius. Sorella maggiore lasciata a vagare senza meta e senza approdo con un carico di umanità che nessuno voleva: si chiamava Exodus 1947, e tutti noi la ricordiamo perché ci hanno scritto un libro, e fatto un film con Paul Newman; ma per gli ebrei fu solo uno dei molti viaggi della disperazione con cui migliaia di loro, dopo la guerra, cercarono di approdare, attraversando il Mediterraneo appunto, in Palestina. Incastrati anche loro, allora, dalle logiche dei trattati internazionali nella marginalità della Storia.
L'Exodus salpò ai primi di luglio del 1947 da Porto Venere. Una carretta del mare, coperta di ruggine, un goffo battello carico di quattro piani di cuccette, con 4.515 profughi ebrei sopravvissuti all'Olocausto. Non era la prima, e non fu l'ultima, su quella rotta.
Tra l'estate del 1945 e la primavera del 1948 si imbarcarono dall'Italia oltre 23 mila ebrei. Nessuna traversata fu semplice: l'arrivo di profughi in Palestina era stato bloccato a un numero di 75 mila entrate in cinque anni, secondo gli accordi del dopoguerra che avrebbero dovuto fermare il conflitto arabo-palestinese. Lo Stato di Israele, in questi accordi, non era previsto. La Gran Bretagna, che aveva il Mandato per la Palestina, combatté in tutti i modi l'arrivo dei profughi ebrei.
Nel maggio del 1946 l'immigrazione clandestina ebraica divenne un caso internazionale: l'Inghilterra bloccò la partenza dal porto della Spezia di due imbarcazioni, la Fede di Savona e il motoveliero Fenice, cariche di 1.014 persone. I profughi rimasero bloccati sulle navi, in condizioni disastrose, e partirono solo grazie all'aiuto di varie città di mare italiane, l'intervento dei giornalisti di tutto il mondo e la visita a bordo di Harold Lasky, presidente dell'esecutivo del Partito laburista britannico. Nella notte tra il 7 e l'8 maggio 1947 salpò quindi la nave Trade Winds/Tikva, allestita in Portogallo, con 1.414 profughi imbarcati a Porto Venere. E a luglio la Exodus, che con i suoi 4.515 passeggeri era la più grande impresa di trasferimento illegale di clandestini nel Mediterraneo.
Exodus mosse da Porto Venere, sostò a Port-de-Bouc, caricò a Sète, fu assalita e speronata dai cacciatorpediniere britannici davanti a Kfar Vitkin, proprio quando era in vista la costa della Palestina. Ci furono morti a bordo e la nave fu sequestrata dalla Corona. Gli inglesi rimandarono i profughi ad Amburgo, al campo di Poppendorf, un ex Lager trasformato in campo di prigionia per gli ebrei. Solo con la fine del mandato britannico i profughi poterono tornare in Palestina, quando la nave, insieme con altre, salpò di nuovo dal Golfo della Spezia. La vicenda fu narrata nel 1958 da un celebre romanzo di Leon Uris, e nel 1960 da un film di Otto Preminger interpretato da Paul Newman e Eva Marie Saint.
Il Mediterraneo, il mare nostro, è sempre stato l'acqua su cui galleggiano i nostri ricordi, le nostre identità e le nostre coscienze. Oggi Israele è una potenza ma allora gli ebrei erano solo una massa di persone senza nome e senza volto, senza passato e senza futuro. Il Mediterraneo fu il loro purgatorio, la loro culla ma anche la loro speranza.
Allora gli italiani scelsero l'umanità. E, con tutte le contraddizioni, le fatiche, le lacerazioni e i dolori , hanno cercato negli anni di continuare a fare questa scelta.
Questi illegali di oggi con la pelle nera sono i nuovi perseguitati che scappano dall'Olocausto nascosto della globalizzazione. Ma guai a dire questo oggi.
Il consenso di cui Salvini gode gli dà ragione su tutta la linea: l'Italia, dice il leader leghista, è cambiata, l'Italia si è alzata in piedi; finalmente si è tolta dal giogo di chi la vuole sottomessa a dover pagare per tutti. L'Europa innanzitutto, e poi i buonisti, gli ipocriti, i comunisti ( ca ne son ancora pare) , e , persino, i Cardinali – se dobbiamo stare agli insulti rivolti al Cardinal Ravasi dopo un suo tweet sulla non accoglienza.
Non c'è dubbio su una cosa : nessuno può oggi chiamarsi fuori dalla situazione esplosiva che si è creata nel nostro paese, dalla corresponsabilità delle scelte fatte in questi anni. Certo non la sinistra, che ha trattato la questione della accoglienza con esitazione, incertezza, mancanza di chiarezza, vagando alternativamente fra politiche da struzzo e politiche velleitarie. Certo non può sottrarsi alle responsabilità l'Europa che avendo chiuso per prima le sue frontiere, non avendo mai punito Orban, ma nemmeno la Francia che ha lasciato sulla spiaggia di Ventimiglia (dal lato italiano) un gruppo di uomini senza destino, non avrà certo molto da dire in sua difesa per aver abbandonato, come ha detto la Cancelliera troppo tardi, "l'Italia sola di fronte al problema dell'immigrazione".
Ma anche davanti a ogni discorso sociologico, o a ogni ansia, la politica deve potersi fermare un attimo e i governanti hanno comunque come primo dovere la responsabilità di chi guida. Questa responsabilità è stata osservata?
Il problema qui è anche (fortissimamente) di rispetto dell'essere governo. Perché un governo, anche quando vive di maggioranze straripanti, come ora, rimane un bene di tutti. Era davvero questo, Salvini, il modo per affrontare il problema, qui e ora? Davvero l'arrivo di qualche centinaia di profughi dopo un calo del 78 per cento degli sbarchi (ottenuto per altro da un ministro, Minniti, che per questo ha pagato un caro prezzo di critiche) richiedeva tale misura e tale precipitazione? Non richiedeva invece, proprio per la sua radicalità e impatto, forse una decisione più chiara, più soppesata, più collegiale?
Facciamo qui notare che la decisione del nuovo Ministro degli interni, è stata presa non solo tagliando i ponti delle nostre banchine, ma anche tagliando i ponti con le regole del funzionamento del governo. Non c'è ancora una squadra di governo completa - come detto – doveva essere discussa in un vertice ieri a Palazzo Chigi con i due vicepremier, proprio quando è arrivato l'annuncio della chiusura dei porti. Il Premier era appena sbarcato da un lungo viaggio in Canada, il Consiglio dei Ministri non si è ancora mai riunito, e il Parlamento non è ancora in funzione.
Ma l'urgenza, il tagliar gli angoli, la politica d forzare le istituzioni è il sistema di cui vive Salvini. Che è poi, e lo abbiamo già scritto in tanti, è il sistema del populismo
Il Capo della Lega, nonché Ministro degli Interni, muovendosi in questo modo, rapido e individuale, ha certo ottenuto quello che voleva, e in pochissimo tempo. Ha vinto una nuova mandata elettorale, ha ingoiato un debole Premier, e messo il suo timbro sulla cautela del Movimento 5 stelle ancora impegnato a saggiare le acque del governo, a trovare vie di correttezza politica, a costruire legittimità con le istituzioni, europee e italiane.
Agendo in questo modo Matteo Salvini ha aggiunto al suo ministero e al suo essere segretario di partito anche il ruolo di Primo ministro. Primo Ministro di fatto.
Come continuerà ad essere, con questi metodi. Fino a che non si sentirà forte a sufficienza da rompere le alleanze, fare nuove elezioni e prendersi il titolo vero da Premier, e tutto il resto.

Liberiamoci della sinistra che ammira Salvini

Liberiamoci della sinistra che ammira Salvini

Il leader del più vecchio partito sulla piazza viene apprezzato come uomo forte, simbolo del nuovo e dell'anti-casta. C'è però un lato positivo: lasciamo questa gauche a Fusaro e pensiamo a costruire un nuovo fronte democratico.




L’Italia sta diventando proprio un Paese buffo. Il politico più in voga appartiene al partito più vecchio, con maggior uso di governo e sottogoverno, con molti scheletri negli armadi di alcune procure della Repubblica. Un leader che più simbolo della Casta non potrebbe essere non avendo mai lavorato e avendo occupato, grazie alla fedeltà ai successivi capi leghisti, posizioni di rilievo e ben pagate talvolta senza mettere particolare zelo, vedi l’incarico di parlamentare europeo. Era lui quello della disunità d’Italia, quello che ha preceduto i ragazzi della Juve junior negli insulti ai napoletani e ai meridionali, amico di quelli che col tricolore si volevano pulire il sedere, quello che destra e sinistra sono finiti e non rompeteci le scatole con l’antifascismo.
UNA CORTINA FUMOGENA DI AMMIRAZIONE. Oggi ci troviamo costui e il suo partito come simbolo del nuovo, come l’anticasta per eccellenza, tutori dell’unità italiana e della nostra identità, amico di Puin e nemico dell’Europa, avvolto in una cortina fumogena di ammirazione che travolge tutta la destra possibile (che in Italia è tanta roba) e molta sinistra. Quest’ultima è patetica. Ammira di Salvini il decisionismo (ma non avevate sulle palle Craxi per la stessa ragione?), la reazione bullesca nei confronti dell’Europa, lo scontro contro i francesi, il giocare alla politica come fosse una partita di poker anche quando a rischiare la vita ci sono 600 esseri umani (leggere Scanzi).
COSÌ LA SINISTRA HA CANCELLATO LA MEMORIA. Da dove nasce questo fenomeno? Nasce da un Paese che ormai è senza memoria perché gliela abbiamo tolta tutti quanti. Ha cominciato la sinistra che ha buttato a mare col comunismo (applausi) anche la tradizione del movimento operaio tutto, quando si è messa a fare la scimmia ai partiti liberisti di tutto il mondo lasciando i poveri e gli emarginati soli a fronteggiare miseria, insicurezza, interazzialità, quando ha scelto di dividersi piuttosto che unirsi e quando si è unita lo ha fatto sempre al prezzo di cancellare la memoria.
La sinistra cercava il Papa straniero e una parte di essa lo ha trovato nel leader più di destra che ci sia. Tutto ciò che di Minniti era scandaloso, fatto da Salvini diventa ammirevole gioco politico
Renzi ha portato tutto questo all’ennesima potenza. È un colpevole ma ha molti progenitori. In questa sinistra alberga, come negli elettori che hanno votato 5 stelle, una furia iconoclasta che non ha precedenti. Mentre una parte di essa cerca un nuovo antifascismo, un’altra ammira Salvini (il povero Di Maio non se lo fila nessuno), lo fa diventare quell’uomo forte che l’Italia di oggi, di destra o di sinistra, cerca da tempo. E poi volete mettere uno che se la prende con i francesi? Diventa subito un mito italiano anche per non dimenticare la testata di Zidane a Materazzi.
I FRUTTI DEL GIUSTIZIALISMO. La sinistra cercava il Papa straniero e una parte di essa lo ha trovato nel leader più di destra che ci sia, che la canta all’Europa, che detesta la Merkel, che sui migranti sfida Malta la prepotente. Tutto ciò che di Minniti era scandaloso, fatto da Salvini diventa ammirevole gioco politico. In fondo, pensano anche a sinistra, non possiamo raccoglierli tutti. Poi quel Gino Strada che gran rompicoglioni che è. È una sinistra, quella di cui parliamo, da tempo guidata dalla destra, cioè da quel movimento giustizialista creato da intellettuali e uomini dei media in intelligenza quotidiana con molti procuratori della Repubblica, che hanno preferito la moralità (purché non si parli degli scandali grillini) alla capacità, che avevano come simboli Rodotà e Dario Fo oggi gettati nel cestino della spazzatura.
UN PAESE DALLA FANTASIA CRUDELE. Macron viene detestato perché assomiglia a Renzi ovvero Renzi vuole assomigliare a lui, la Germania è eccessivamente maestrina. Anche se regge il maggior peso di immigrazione in Europa, ci fa troppe lezioni di buona amministrazione. Noi siamo gente di fantasia e di fantasia crudele. La sinistra di cui parliamo non sa nulla sul Risorgimento, si irritò al rito della bandiera e dell’Inno imposto da Ciampi, non ha elevato a proprio simbolo alcun mito risorgimentale. In qualche parte del Sud civetta con i neo-borbonici. Ribellisti con il culo degli altri. La sinistra può rinascere anche grazie a Salvini e a questi intellettuali e politici che dissero di destra e neo-fascista il governo Berlusconi ma sono pieni di cautele per Di Maio e Salvini. Io li detesto e se c’è un fatto positivo nella crisi che stiamo vivendo è che ricostruiremo la sinistra e una nuova alleanza democratica senza di loro. Andatevene con Diego Fusaro.