giovedì 4 giugno 2020

EMANCIPAZIONE DELLA DONNA NEL MEDIOEVO

Emancipazione della donna nel medioevo
tra immaginario e realtà


Parlare dell’altra metà del cielo, come viene spesso chiamata con molta enfasi, in un epoca come l’attuale non è cosa semplice. Il femminismo in anni di lotte e rivendicazioni ha spezzato tabù, rivendicato e sancito la parità uomo-donna, dall’ambiente domestico, vecchio habitat naturale, a quello pubblico, permettendo all’universo femminile di ottenere tutta una serie di diritti sia sociali che civili. Se paragoniamo l’epoca attuale con il Medioevo, periodo oscurantista in cui la normalità femminile veniva codificata in una società feudale, strutturata in una organizzazione patriarcale oltre che prettamente maschilista, il rapporto della donna nei confronti della religione in primis, dell’uomo, del lavoro, era di totale sottomissione.  Sappiamo che il Medioevo, ovvero un periodo lungo mille anni, che ha prodotto dispute teologiche considerando la religione cardine primario del tessuto sociale, aveva una sua letteratura, una sua arte e un lavoro certosino volto a conservare l’antico sapere, anche se l’uomo, costantemente animato da un forte fanatismo religioso, molto apprezzato oltretutto, interpretava la realtà religiosa praticando la caccia alle streghe come passatempo quotidiano o quasi. Tuttavia è verosimile pensare alla donna medioevale anche se lontana da decisioni sia pubbliche che economiche, non totalmente sottomessa alla famiglia. Pur essendo svilita religiosamente, il Nuovo Testamento le offre una rivalutazione cristiana impensata tanto che si possono contare nell’ambito femminile, regine, monache, badesse di conventi che amministravano terreni e sovrastavano addirittura i preti di paese nella loro funzione. Addirittura talune esercitano la professione di medico (nell’undicesimo secolo, la prima università di medicina occidentale, la Scuola Medica di Salerno, ammetteva anche le donne; una di esse, Trotula de Ruggero, divenne addirittura molto famosa).  Rimane tuttavia un’idea cardine in cui lo status sociale non contempla un suo ruolo specifico nel quale poter godere del rispetto che le era dovuto. Era identificata semplicemente in un ruolo esclusivamente sessuale: “O vergine, o donna sposata, o vedova”. Tutto questo porta a una antica diatriba secondo la quale la donna, nata insieme all’uomo o da una sua costola a seconda dell’interpretazione religiosa del tempo, è un invenzione cui spetta unicamente la riproduzione, l’azione principale della vita, quella più naturale di tutte: tutto il resto semplicemente non esiste, esula dalla sua sfera sociale. Ma nello stesso tempo diventa portatrice di sventura e morte con riferimento al giardino dell’Eden quando traviata dal serpente coglie la mela considerata frutto della conoscenza trascinando Adamo nella disubbidienza a Dio e di conseguenza la rivalsa dell’uomo nei suoi confronti, quale causa di tutte le sue sventure terrene. Ecco quindi che la donna nel Cristianesimo viene identificata come la seduttrice, tentatrice, colei che trascina con l’inganno, l’uomo al peccato e lo fa cadere nella polvere. Tuttavia questa visione della Chiesa non è, come sembra, totalmente negativa nei suoi confronti: forse tra gli stessi padri custodi della inflessibile teologia cristiana non c’è una visione armonica. Come conciliare e identificare la donna come fonte assoluta di peccato e nello stesso tempo darle la concezione della vita bene altrettanto assoluto e primario?  L’uomo ci mette del suo e pecca sicuramente di superbia quando dice di essere superiore alla donna e siamo ben lontani da quella priorità tanto auspicata ai giorni nostri e che spesso è una parità di sola facciata, raschiata la quale si scoprono realtà molto diverse da quelle auspicate. Comunque, chiusa parentesi, per la Chiesa nel Medioevo la donna è un’incognita di difficile soluzione, rimane nei suoi confronti un concetto problematico da cancellare in quel particolare periodo storico, una visione per cui nell’uomo è preponderante la ragione, la cultura, il potere mentre nella donna è preponderante la femminilità e l’uso carnale del corpo, almeno nella giovinezza. La produzione di cultura al maschio, quella del piacere alle donne e sicuramente da questo concetto sono arrivati problemi ben più importanti nel corso dei secoli tanto da essere tuttora presenti, nonostante il Medioevo sia alle nostre spalle.  Si potrebbe quasi spiegare come una rivincita femminile allo strapotere maschile. Resta il fatto che il soggetto “attivo maschio”, molto spesso subisce “la passività femminile” e che stabilire una sia pur ipotetica vittoria tra la mulier e il vir, tra il debole e il forte, tra la carne e la ragione resta uno dei nodi più intricati da risolvere. Non dimentichiamo comunque che sempre nel Medioevo la donna ottiene una “rivalutazione” da parte della Chiesa con l’introduzione di una figura biblica, battezzata in due successivi Concili “Madre di Dio”, ovvero Maria di Nazareth che diventa “Regina” e “Madre di Misericordia”, entrando di fatto nella liturgia della Chiesa, determinando interminabili dibattiti Conciliari in merito all’ “Immacolata concezione”. Ma tornando al reale di cui parlavo prima, come vivevano o subivano la quotidianità  le donne in quel periodo? Risentono di questa loro sottomissione oppure godono di un certo margine di manovra più o meno ampio?  Diamo per scontato che non esiste una laicità per cui ci possa essere un confronto franco tra i due sessi, il Medioevo non è laico, è religione e basta. Quindi se si dovesse seguire quanto affermato poco fa si potrebbe affermare che la donna vive in un perenne stato di sottomissione nei confronti dell’uomo ma come in tutte le cose c’è una variante che salva la donna: il matrimonio, anche se questo potrebbe fare sorridere ai giorni nostri. Da una parte vissuto come incubo perché lei, donna, viene considerata come merce di scambio tra famiglie o perché vive l’assoluta possessività dell’uomo che la pretende sua, soggiogata e costretta a soddisfare ogni suo bisogno. In realtà come stabilizzatore della popolazione nell’equilibrio sociale, demografico, politico, economico. Ecco che il matrimonio ha una sua funzione specifica nella creazione della famiglia quale fondamento sociale, ma soprattutto impedendo il sesso libero, diventato attuale ai tempi nostri; blocca l’insorgere di malattie sessuali trasmissibili o pandemie di ogni tipo: la gonorrea, una fra tutte. Il matrimonio è un’istituzione che, negli ambienti poveri, avveniva con i futuri sposi molto giovani, che subivano l’imposizione dei genitori con relativo contratto dove si privilegiavano gli interessi reciproci e lo scambio di favori tra le due famiglie. L’accordo tra i due giovani era sicuramente necessario, ma era sulla donna che venivano esercitate maggiori pressioni da parte della famiglia affinché ci fosse una piena sottomissione. Che tra i due ci fosse amore, infatuazione o solo simpatia non è dato sapere. Ovvio che se due giovani erano profondamente innamorati ma mancavano i presupposti economici, di gradimento tra le due famiglie il loro amore non andava da nessuna parte; la letteratura in questo caso ci offre svariati testi di storie d’amore finite in tragedia.  A volere semplificare la cosa, si può dire con un lessico più semplice che l’amore tra i due giovani era considerato un optional, che non ci dovevano essere rancori tra le due famiglie, che il matrimonio doveva servire a codificare l’integrità morale della donna salvo non fosse già in attesa di un figlio nel cui caso diventava chiaramente riparatore onde evitare fastidiosi pettegolezzi. Di diverso rito era il matrimonio tra aristocratici, nel cui ambiente veniva utilizzato per risolvere o consolidare  questioni politiche, di lignaggio  e, ovvio, economiche. Questo succedeva nel Medioevo riguardo al matrimonio, istituzione rimasta intatta fino ai giorni nostri o quantomeno fino al secolo scorso. Infatti, se si vanno a leggere alcune pagine di storia della vita sociale di fine 800 primi 900 troviamo le cose sostanzialmente uguali, forse con un maggiore rispetto per la donna ma il principio di sottomissione era uguale.  Un ulteriore passo avanti della donna all’interno del suo piccolo mondo famigliare avvenne con il Concilio Lateranense del 1215 nel quale il matrimonio fu regolato dalla Chiesa Cattolica diventando a tutti gli effetti un sacramento. In effetti sia che fosse codificato come istituzione da parte della comunità o come sacramento da parte della Chiesa, regalò alla donna un suo proprio ruolo nel quale aveva un posto di rilievo. Diventa parte della famiglia, si occupa della casa, dell’economia domestica, pronta a intervenire attivamente anche nei confronti del marito pur di salvare il focolare. Non posso non sottolineare comunque, come questa sua “emancipazione” non sia stata certo frutto di una sua personale lotta ma semplicemente arrivata grazie a un editto di Santa romana Chiesa. Resta il fatto che una volta sposata entra nel vivo della gestione famigliare. In caso di morte del marito tocca a lei gestire il patrimonio e assumere il pieno potere nelle decisioni importanti riguardo al nucleo famigliare. Questo per quanto riguarda il matrimonio puro e semplice; altro discorso per le donne di qualsiasi estrazione sociale che sceglievano la via monastica, scelta fatta o per vocazione personale o imposta dalla famiglia che riservava tutta la sua disponibilità economica nella sistemazione del figlio maschio.  Queste donne godevano nella Chiesa, proprio in riferimento al ruolo che vi svolgevano, un enorme potere, alcune di esse, diventate badesse, erano trattate come feudatarie, alla pari dei maschi governanti. C’erano poi le Mater Monasteri che amministravano vasti territori con pieni poteri giurisdizionali, politici ed economici. A seguire donne di potere come l’Imperatrice bizantina Zoe Porfirogenita, Margherita di Scozia, Matilde di Canossa, Ildegarda di Bingen, senza contare quelle santificate e venerate dai fedeli. Se ne deduce comunque che tutte queste altro non erano che eccezioni, la regola erano le donne umili, comuni, che cercavano di sopravvivere e dare un senso alla propria esistenza spesso o sempre oppresse da parte di mariti violenti, dispotici poco predisposti a un ménage famigliare fatto di rispetto amore e tolleranza, al contrario pronti a rimarcare la sottomissione della donna nei loro confronti e dell’uomo in generale. Sarà San Tommaso a sostenere  e precisare che la donna nasce dalla costola dell’uomo ma non da un piede o dalla testa, sottolineando che non è superiore né inferiore ma uguale ad esso. Purtroppo “Lei” è costretta  a fare riferimento sempre a lui, si identifica nel suo ruolo, accentua una sua personalità ma sempre e solo in relazione all’altro sesso. Ha ottenuto con il matrimonio e con l’inserimento nella famiglia una collocazione dignitosa evitando di essere confinata lontano dalle decisioni importanti.  Se vogliamo criticare il periodo Medioevale in cui ha vissuto la donna, con presunzione rispetto al presente, dobbiamo dare atto che è stato pur con tutti i suoi limiti il primo vero e serio tentativo di emancipazione femminile. Le battaglie più o meno furiose che si osservano ai giorni nostri con l’alternarsi di progressi o retrocessioni da una parte all’altra, tra forzature maschiliste o remissività dell’uomo nei confronti della donna e viceversa non sono altro che un viaggio lungo secoli. Partiti da un periodo storico, trattato con superficialità, ci siamo convinti che il solo fatto di avere messo anni e anni di distanza con l’attuale modernità, ci possa garantire quel quoziente di intelligenza e di saggezza sufficiente a dare sicurezza al nostro vivere sociale. Ma in fin dei conti, tecnologia a parte, cosa è cambiato veramente?

Francesco Danieletto








Trotula de' Ruggiero, la donna che osò descrivere il corpo delle donne



© Fornito da DeAbyDay

Nel Medioevo le donne avevano due destini. Sposarsi e fare figli, morendo di parto in pochi anni e/o rimanendo vedove e indifese giovanissime per colpa di una crociata. Oppure essere uccise tra mille tormenti, accusate di essere streghe. Pochissime potevano sperare in una realizzazione personale. Abbiamo dovuto aspettare il 1678 per avere la prima donna laureata, Elena Lucrezia Cornaro. Ma le donne che, seppur nel silenzio, hanno dato lustro alla scienza sono state numerose. Nell'XI secolo, a Salerno, Trotula de' Ruggiero teneva testa ai medici della Scuola Salernitana con le sue teorie sulla salute e le cure per il corpo delle donne. La Sinfonia del corpo, traduzione libera dal latino De passionibus Mulierum Curandarum (Sulle malattie delle donne), è il primo trattato sulla salute e le patologie delle donne. In Italia sono i tipi di Manni Editore a riportarlo in libreria. Scrivendo questo libro, Trotula de' Ruggiero di fatto ha fondato la medicina di genere.

Ecco chi era Trotula de' Ruggiero e perché il suo trattato è ancora oggi pura avanguardia.

Chi era Trotula de' Ruggiero

Si sa molto poco della vita di Trotula de' Ruggiero. Si dice che abbia vissuto a Salerno intorno al 1550. All'epoca il capoluogo salernitano era una città aperta agli scambi economici e culturali con tutto il Mediterraneo. In questo crogiuolo culturale Trotula frequentò la Scuola Medica di Salerno, il primo centro di cultura non controllato dalla Chiesa. Era un luogo di studi talmente famoso da essere considerata la prima università d'Europa. Trotula fu prima studentessa e poi insegnante. Sposò il medico Giovanni Plateario, da cui ebbe due figli che seguirono le orme dei genitori in campo scientifico.

Le idee innovative di Trotula

Trotula partorì tantissime idee innovative, partendo da una riflessione sul suo tempo. «Perciò dunque, in quanto le donne sono di natura più deboli degli uomini e in quanto sono assai spesso tormentate nel parto, frequentemente sono soggette a malattie, che riguardano particolarmente gli organi adibiti al servizio della Natura. D’altro canto, le donne non osano rivelare al medico, per la condizione di fragilità dovuta al pudore e alla vergogna, le preoccupazioni per le malattie che le colpiscono nelle parti più intime. La miserevole condizione delle donne, e la grazia di una in particolare che mi ha colpito il cuore, mi hanno indotta a trattare con chiarezza le malattie femminili al fine di poterle curare».

In prima battuta, Trotula iniziò a pensare alla prevenzione come l'aspetto principale della medicina. Sosteneva l'importanza dell'alimentazione equilibrata, dell'attività fisica e dell'igiene. Basti pensare che solo a metà Ottocento il medico ungherese Ignaz Semmelweis scoprì che lavandosi le mani - un gesto semplice e spesso sottovalutato - si potevano salvare molte vite, evitando la sepsiConosceva le erbe ed era in grado di curare e alleviare ogni dolore con le piante del suo giardino e quelle delle colline della zona. Tutto questo senza ricorrere all'astrologia o alla preghiera. Una donna libera, una donna contro gli stereotipi. E, se per l'epoca avrebbe potuto benissimo finire condannata come strega, Trotula era molto rispettata, riconosciuta e stimata dai più grandi uomini della medicina del tempo. Tra i suoi tanti titoli, c'era anche quello di Sanatrix Salernitana. Gli studi di quella che veniva chiamata magistra, docta mulier rivoluzionarono le conoscenze in campo ginecologico. Si interessò di ostetricia malattie sessuali. Cercò nuovi metodi per rendere il parto meno doloroso. Si interessò di pratiche per il controllo delle nascite. Si occupò di infertilità, spostando l'attenzione dalle donne agli uomini per ricercarne le cause, in netto contrasto con le teorie mediche dell'epoca. Scriveva:

«Vi sono donne che non riescono a concepire, vuoi perché son troppo magre ed emaciate, vuoi perché son troppo grasse e le carni intorno alla vagina la comprimono, impedendo la penetrazione del seme. Altre hanno una vagina talmente rilassata e scivolosa che non riescono a trattenere il seme, che fuoriesce dalla matrice (nel linguaggio medico medievale, utero - ndr.). Questo può accadere anche per responsabilità del maschio se un seme troppo liquido che, a causa della sua liquidità, scivola via dalla vagina. Altri uomini hanno i testicoli troppo freddi e secchi, e difficilmente, o mai, il loro seme è fecondo».

Il De passionibus Mulierum Curandarum (Sulle malattie delle donne, noto anche come Trotula Major) le fu richiesto da una nobile donna e si rivolgeva a un pubblico femminile, intimorito dall'idea di parlare delle proprie malattie ai medici uomini. Per comprendere il portato rivoluzionario dell'opera, basti pensare che nel primo capitolo si parla di diversità di genere. Tra i temi trattati nel Trotula Major c'era la verginità. La medichessa medievale prescrisse anche dei consigli per aiutare le donne che avevano avuto rapporti sessuali prima del matrimonio. All'epoca la scoperta poteva causare grossi problemi. Per aiutarle a farle passare per vergini, Trotula consigliava un astringente:

«Prendi degli albumi di uova e mischiali con l'acqua di cottura di puleggio ed erbe calde simili; lava bene con questa mistura calda la vagina, poi bagnaci dei pannolini nuovi di lino e ponili nella vagina, ripetendo l'operazione tre o quattro volte al giorno»

Scrisse anche il De Ornatu Mulierum (Sui cosmetici, noto anche come Trotula Minor e tradotto da Manni in L'armonia delle donne. Trattato medievale di cosmesi con consigli pratici sul trucco e la cura del corpo), un libro dedicato alle malattie della pelle e alla loro cura. Qui l'autrice si occupa di bellezza, di pomate ed erbe medicamentose per viso e capelli. Rimarca l'importanza di bagni e massaggi per conservare la bellezza estetica, che lei considerava il segno di un corpo sano e in armonia con l'universo.

Trotula de' Ruggiero: oblio e riscoperta

Si dice che Trotula de' Ruggiero fosse soprannominata Sapiens matrona e che fosse una delle donne più belle del suo tempo. Pare che il suo funerale, avvenuto nel 1097, sia stato seguito da una coda di tre chilometri. Una delle prove della sua esistenza è la menzione fatta da Geoffrey Chaucer in uno dei Racconti di Canterbury, anche se la figura di Trotula qui finisce in un contesto di pensiero misogino. Tuttavia questa citazione dà una misura della grandezza del personaggio. Nel corso dei secoli il testo fu trascritto più volte, ma si perse memoria della femminilità della sua autrice. Così gli amanuensi iniziarono ad attribuire le idee di trotula a un fantomatico medico maschio Trottus. Nel XIX secolo alcuni storici, tra cui il tedesco Karl Sudhoff, esclusero la possibilità che una donna avesse potuto scrivere un'opera così importante. La presenza di Trotula fu così duramente stralciata dalla storia della medicina. A recuperarne la dignità e la genialità della scienziata furono alcuni storici italiani alla fine dell'Ottocento. Furono loro a stabilire l'autorità di Trotula e l'autenticità delle Mulieres Salernitanae, una schiera di donne la cui esistenza è provata da numerose testimonianze.






























3 commenti:

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  2. lorella barizza
    15:22 (8 ore fa)

    a me


    Mi sono letta con interesse il tuo testo sulle donne nel medioevo. E' chiaro che ci hai a lungo lavorato per definire in poche pagine il microcosmo di una società in cui la religione dominava gli ambiti più intimi della vita. Non era un argomento facile quello che hai affrontato, non poteva esserlo visto che certi retaggi sono ancora oggi resistenti nella nostra società. Di maschilisti e misogine è pieno il mondo, e anche di molte donne che perdono più tempo davanti allo specchio che con un libro in mano.
    Se ci leggiamo Platone e Aristotele ci accorgiamo che già in età classica la donna non era più che una fattrice. Le erano destinati i ruoli marginale. Persino l'educazione dei figli ( specialmente dei maschi) era destinata all'uomo. Nemmeno l'amore era per lei, quasi sempre era un fanciullo adolescente il destinatario del sentimento amoroso maschile.
    Ovviamente, come ben dici, parliamo di livello sociale alto. Probabilmente nelle classi più deboli, più povere, la mancanza di cultura e di istruzione rendeva i ruoli maschile e femminile meno distinti, meno meritevoli di attenzione. Il problema era la sopravvivenza e forse diventava importante anche la sostituzione dei ruoli, la collaborazione nel duro lavoro quotidiano.
    La letteratura medievale ci ha lasciato figure di donne particolarissime, raffinate, impalpabili, eteree. La Dama dei cavalieri cortesi, la Madonna idealizzata ( donna angelo) del Dolce Stilnovo, Beatrice di Dante, Laura di Petrarca, Fiammetta di Boccaccio. Donne che rappresentano l'integrità morale, la purezza, la salvezza ma anche l'amore passionale in alcuni casi.
    E poi ci sono state le eroine, quelle che hanno rotto la tradizione e non sono volute rimanere relegate in ruoli di secondo piano ma hanno comandato eserciti , hanno governato regni importanti, hanno partecipato alle crociate, sono state sacerdotesse/profetesse, hanno governato a fianco di sovrani, consigliando e mediando.
    A volte mi chiedo cosa scopriremmo se andassimo indietro nel tempo, ai villaggi dei Sapins. Come erano trattate le donne? Forse erano cacciatrici come i compagni, forse si sono trasformate in coltivatrici insieme ai loro uomini. Molti totem di civiltà antiche scomparse ci descrivono delle matrone imponenti e dominanti.
    Forse i nostri avi antichi non temevano l'altro sesso, a temerlo erano i "sacerdoti", coloro che hanno poi deciso di relegare la donna ad un ruolo secondario. Forse ne temevano il potere di seduzione non solo carnale ma intellettuale, emotivo e hanno pensato che si dovesse lasciarle fuori da certi giochi. Ecco perchè abbiamo e abbiamo avuto regine, guerriere, artiste, ma non abbiamo papesse.
    Se una donna deve salvaguardare la famiglia, la cellula primaria della società, non deve tradire, non deve evitare il suo ruolo di madre e moglie. E l'uomo non può che dominarla, che possederla come possiede il pezzo di terra che gli da il cibo. Se la sua proprietà è messa a rischio, ha il diritto di difenderla con tutti i mezzi. E spesso l'uomo uccide, per la proprietà di un campo o di una donna. Triste realtà, meschina realtà.
    Ma la donna è sempre esente da colpa? Se invece di conquistarsi la vita decide di conquistarsi un uomo che le regali una vita agiata , beh; è colpevole. Non giustifichiamola, non giustifichiamoci sempre. Chi si giustifica interpreta un ruolo, accetta un prezzo in cambio di un vantaggio. La lotta passa attraverso la conquista del rispetto di se stesse e la vittoria è prima di tutto vittoria sulle proprie debolezze. Prendere in mano la propria vita e non aspettare. Tirare il carro insieme e insieme agli uomini giusti conquistare uno spazio fatto di sensibilità e giustizia ( per quanto possibile).
    Ciao Francesco e complimenti per i tuoi lavori
    Lorella

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