Il pericoloso contributo di Razzi alla narrativa di Mosca
La propaganda di Putin fa man bassa della
visita del senatore e del sedicente deputato Bertot alla corte di Assad:
«Presto il tricolore italiano a fianco del nostro nelle strade della
Siria», dice la tivù di Stato russa.
C'è poco da ridere. Aleppo è una cosa seria, e la diplomazia è una
cosa seria. Non ci rimettiamo solo i soldi del suo sontuoso stipendio e
un poco della nostra già non brillante immagine: con i comportamenti
tenuti e le dichiarazioni fatte durante la visita in Siria e Mosca alla
vigilia di un nuovo round dei negoziati di Ginevra sulla Siria, il
senatore Antonio Razzi ha aiutato direttamente la politica estera russa a
scapito di un processo di pace peraltro già fantasma, e anche degli
interessi italiani nella regione. Non ci venga a dire che non se ne è
accorto e che semmai non l'ha fatto apposta. TESTIMONIAL DI INTERESSI ALTRUI. Non faccia dei suoi
limiti intellettuali una scusa, e della sua presunta ingenuità una
bandiera. O comunque non la mescoli alla bandiera dell'Italia, please.
Razzi deve tutto alla crisi morale e alla mancanza di serietà del
nostro povero Paese. Ne sia cosciente e resti sobrio. E se ne stia a
casa, che così evita di far danni. Liberissimo di contestare e anche di
boicottare la nostra diplomazia. Ma non di fare il testimonial più o
meno involontario di interessi esclusivi altrui in contrasto con i
nostri, o con i diritti umani che Costituzione, trattati e jus cogens
riconoscono e garantiscono. TRA I RAMBO DELL'FSB. Con sorriso furbetto Razzi quatto quatto si accoccola contro lo spetsnaz, alza il pollice e si fa fare una bella fotografia. Come i turisti con le guardie della regina a Londra. Lo spetsnaz è
delle forze speciali siriane. Imbraccia un fucile AK 74, un balalclava
nero gli copre la faccia. Ma non ha proprio l’aria di un Rambo. I Rambo
veri, i russi dei gruppi Alpha e Vympel dell’Fsb - l’ex Kgb - sono lì
vicino ma hanno da fare: proteggere i parlamentari della Duma e la
"delegazione di parlamentari europei" (invitati personalmente dal
Cremlino, delegati da nessuno, e almeno in un caso nemmeno parlamentari)
appena arrivata ad Aleppo. Azzerare ogni minimo rischio. E comunque, i
Rambo veri dell’Fsb certo non si metterebbero in posa per i turisti.
Aleppo, l'orgoglio nazionale del senatore Razzi (Vremia).
In strada, qualche decina di civili alza grandi ritratti di Bashar al
Assad e sventola bandiere tricolore: il bianco, rosso e azzurro della
Federazione russa e il bianco, rosso e nero della Siria. Quelli siriani
sono anche i colori del nazionalismo arabo, un vecchio sogno la cui
frattura a pensarci bene è all’origine di tutto questo disastro. Sono i
soldati a distribuire bandiere e bandierine. Gli sbandieratori sono
comparse appositamente istruite. Si capisce anche dalle facce poco
allegre. Due ragazzi si sono arrampicati sulle macerie e adesso
guardano. Non fanno parte della kermesse. Magari ci si poteva guadagnar
qualcosa. Sembrano perplessi.
IL COMPAGNO BERTOT. Fuori da una scuola e di fronte
alle telecamere, soldati russi distribuiscono giocattoli ai bambini.
Dentro, Razzi fotografa il compagno di viaggio e di partito Fabrizio
Bertot in un’aula affollata e canterina - con la maestra a dirigere il
coro da sotto il velo. Razzi poi viene intervistato e dice cose poco
comprensibili, sia in italiano che nella traduzione. Vuol significare,
credo, che solo visitando Aleppo come ha fatto lui con la comitiva
organizzata dal MinOborony (il ministero della Difesa russo) si può
davvero capire il conflitto siriano, e che appena arriva a casa potrà
spiegare tutto per bene a noialtri ignari.
«ALEPPO COME AMATRICE». Bertot, intervistato non si
capisce perché ("deputato del parlamento italiano" secondo il
sottopancia: evidentemente così si è presentato), dice invece al
giornalista che le macerie di Aleppo gli ricordano tanto quelle di
Amatrice, e che solo dopo il recente terremoto italiano ha visto un
simile orrore. Aggiungendo che l’Europa deve muoversi come si è mossa
per soccorrere Amatrice. Pur essendo un "esperto di politica estera"
(così si autodefinisce Bertot nelle interviste e sui social), non si
rende conto che paragonare le due situazioni è a dir poco surreale. Ma
se proprio vuol fare un paragone, eccolo: andare ad Aleppo in una visita
guidata dai militari di Mosca è come andare ad Amatrice con un inclusive tour organizzato dal Terremoto in persona.
Fabrizio Bertot intervistato da "Vremia", il telegiornale del Canale Uno della Federazione Russa.
Il lungo servizio che vi stiamo raccontando, trasmesso il 22 marzo nell’edizione delle 21 del tg della tivù di Stato russa Canale Uno,
si conclude con un altro cammeo del purtroppo nostro Razzi: foto con un
siriano che indossa una tuta della Nazionale di Baggio e Maldini. Il
senatore cede all'orgoglio patriottico. Il reporter chiosa: "Il popolo
siriano ringrazia Mosca sventolando la nostra bandiera, ma sarebbe
certamente contento se per le strade di Aleppo, accanto al tricolore
russo, un giorno sventolasse - per esempio - anche quello italiano”.
DANNI PER L'ITALIA. Da noi si è parlato solo del
selfie con Assad, e lo si è giustamente stigmatizzato. Inutile ripetere
che questo Razzi lo paghiamo 12 mila euro al mese, e che non fa più
ridere, e per favore Berlusconi fermalo una volta buona. Vale la pena
però di sottolineare qui come i danni di questo viaggio alla corte del
dittatore mediorientale, o meglio dei suoi burattinai del Cremlino,
vadano al di là di una foto inopportuna. I danni diretti, come la foto
col tiranno, sono inevitabili se si sparano due politici del calibro di
Razzi e Bertot oltre frontiera. Ma son danni soprattutto di immagine. Il
problema sono i danni collaterali. Che poi, fuor di metafora, spesso
non sono che obiettivi primari inconfessabili - nelle guerre. I danni
collaterali qui son tutti per la politica estera dell'Italia. Danni
lievi, tuttavia danni.
LA STRUMENTALIZZAZIONE DI MOSCA. Non so se fosse il
loro obiettivo primario né quanto se ne siano resi conto, ma i nostri
eroi con la loro gita in Siria hanno molto aiutato la propaganda, e
quindi la politica, di Vladimir Putin: da due giorni i telegiornali
governativi russi hanno interminabili pezzi sulle imprese loro e dei
compagni di viaggio. Si spera - dicono i servizi - in un futuro
allineamento di almeno alcuni Paesi europei alle posizioni di Mosca sul
conflitto siriano e sulle crisi mediorientali e nordafricane. Ora, il
fatto è che la nostra politica estera in quella parte del mondo è alle
prese con una situazione parecchio delicata, che le parole e gli
atteggiamenti di Razzi e del "deputato" Bertot tutto fanno fuorché
aiutare a sciogliere i nodi.
Bashar al Assad con Vladimir Putin.
In Libia, in particolare, ci siamo sovraesposti nell’appoggio al
governo di Tripoli. Era inevitabile, per cercare di arginare il flusso
della migrazione attraverso il Mediterraneo: i barconi dei disperati
partono soprattutto dalla Tripolitania. Ma l’influenza delle autorità di
Tobruk e Bengasi, cioè del generale Khalifa Haftar, è sempre maggiore
nel Paese. E questo ci mette in rotta di collisione proprio con la
Russia, strettamente alleata a Haftar, che controlla i terminali
petroliferi da cui dipendono le attività dell'Eni. Stiamo faticosamente
cercando di rimontare, di convincere tutti - russi compresi - che tutti
gli attori, Isis a parte, devono esser rappresentati nella Libia che
uscirà dalla guerra civile. È più o meno quel che servirebbe anche in
Siria, ma Assad e Putin si oppongono.
L'INTRANSIGENZA RUSSA. Non che il lavoro della
Farnesina per la Libia venga messo a rischio da Razzi e Bertot, ma il
loro contributo alla narrativa di Mosca serve a puntellare il sostegno
sempre più debole in Russia per le avventure mediorientali di Putin, e
di fatto può rafforzare la posizione e quindi l’intransigenza della
Russia sul fronte libico come su quello siriano. Tanto più mentre a
Ginevra riprendono i colloqui per la pace in Siria.
I COMBATTIMENTI S'INTENSIFICANO. “Il treno è pronto
alla partenza, ha solo bisogno di un acceleratore”, disse il mese scorso
l’inviato dell’Onu Staffan de Mistura al termine dell’ultima sessione
dei negoziati. Ma sarà difficile che vengano ora fatti passi in avanti.
Le forze anti-Assad la settimana scorsa hanno disertato un incontro
separato in Kazakistan accusando il regime di non rispettare il cessate
il fuoco. I combattimenti si sono intensificati. I quartieri orientali
di Damasco sono stati attaccati a sorpresa da gruppi ribelli con a capo
gli uomini di Hayat al-Tahrir al-Sham, l’ex al Nusra affiliata ad al
Qaeda.
Quel che resta di Aleppo.
Il treno di de Mistura rischia di restar fermo col motore acceso, o
di partire senza nessuno a bordo e diventare così un treno fantasma. Gli
ostacoli sono molti, ma tra questi l’intransigenza di Mosca
nell’assecondare Assad che vuole massimizzare l’esito favorevole delle
ultime battaglie per distruggere ogni forza anti-governativa è
probabilmente la maggiore. Iniziative come quella a cui hanno
partecipato i nostri due politici non servono certo alla pace, ma solo
ad Assad e a Putin.
IL DRAMMA DI ALEPPO. Ad Aleppo in cinque anni di
guerra sono morti 21.500 civili, secondo dati del Syrian Observatory for
Human Rights. In soli 45 giorni tra il novembre e il dicembre del 2016,
i caduti inermi sotto le bombe sono stati oltre 460, tra cui più di 60
erano bambini. I Mig russi, il “terremoto” di Bertot, hanno iniziato le
loro azioni a fianco degli aerei e dei cannoni di Assad nel 2015.
Secondo l’Onu, durante l’ultima fase dei raid e dei combattimenti per
conquistare la città in mano ai ribelli sono stati commessi crimini
contro l’umanità. Secondo il presidente siriano i bombardamenti erano
giustificati: “Almeno ad Aleppo non ci sono più terroristi”, ha
recentemente detto Assad ai media francesi.
UN LIMITE (ANCHE) INTELLETTUALE. Come si permettono
di ridere e scherzare, di fronte a tutto questo, Razzi e Bertot? Il
limite è anche intellettuale. Si riempiono la bocca delle due parole
“politica estera”. L’account twitter di Bertot le ripete come un mantra
(e quante cose ha “imparato da Assad”!). Ma alla fine i due pensano a
cose più piccine: hanno trovato il tempo di mandare da Damasco un saluto
video-telefonico all’attuale sindaco di Rivarolo Canavese, Alberto
Rostagno, sulla cui poltrona Bertot sedette fino allo scioglimento del
suo consiglio comunale per infiltrazione mafiosa. “Te lo dico da amico,
sindaco Rostagno: fatti i cazzi tuoi”, dice Razzi nel messaggio
parodiando la sua parodia. E giù risate.
Pedro Agramunt.
C’è poco da ridere sulla ’ndrangheta, c’è poco da ridere su Aleppo, e
c’è poco da ridere anche sui componenti della "delegazione" con cui
Razzi e Bertot hanno viaggiato: ne era a capo il presidente
dell’assemblea del Consiglio d’Europa Pedro Agramunt, di cui il think
tank Esi chiede le dimissioni per lo scandalo della “diplomazia del
caviale”, ovvero delle presunte mazzette incassate da rappresentanti
dell’assemblea per sorvolare sulle violazioni dei diritti umani in
Azerbaigian. Qualcuno ricorderà l’inchiesta di Report su Rai
Tre: Agramunt è quello che per due volte toglie la parola alla deputata
armena Nara Karapetyan che protestava per i favori agli azeri. Colpevole
o innocente, sotto la presidenza Agramunt l’assemblea della più
autorevole organizzazione europea per i diritti dell’uomo ha perso tutta
la sua credibilità.
UNA DELEGAZIONE CONTROVERSA. Un altro componente
della delegazione era il parlamentare serbo Bazidar Delic, generale a
riposo che durante la guerra del Kossovo era a capo della 549esima
brigata motorizzata serba, accusata dall’Humanitarian Law Center di
crimini contro l’umanità per azioni di pulizia etnica in alcuni villaggi
abitati da famiglie di tradizione musulmana. Mai andato sotto processo,
l’allora colonnello Delic fu poi uno dei maggiori testimoni a difesa di
Slobodan Milosevic di fronte al Tribunale penale internazionale
dell’Aja. Almeno Delic di guerra se ne intende. E non andrà a dire balle
come quelle dei nostri, che ripetono di aver “rischiato molto”, in
Siria: con quel dispiegamento di quelle forze speciali, in un’area di
Aleppo resa completamente sicura da almeno due mesi, forse hanno
rischiato di sporcarsi di polvere il vestito (Caraceni, senatore
Razzi?), e poco altro.
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